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Faida

Faida

#1

Spettacolo del 26/04/2019

Teatrale in Casa Almo

Sede Almo

Castelfranco Emilia (MO)

regia

Maurizio Tonelli

con

Patrizia Angelone - Antigone

Massimiliano Messere - Creonte

Simone Tesini - Eteocle

Carmine Cirigliano - Polinice

Silvia Driol - Giocasta

Luci

Maurizio Tonelli

trucchi

Patrizia Angelone

musiche originali

Nicola Olla 

Locandina

FAIDA1-01.png

Sinossi

 

Questo è il primo appuntamento tratto dalla saga del Ciclo Tebano di Vittorio Alfieri

La storia si basa sulla contesa tra i due figli maschi di Edipo, Eteocle e Polinice, per il trono di Tebe.

Polinice ed Eteocle sono i figli che Edipo ebbe da Giocasta, la propria madre sposata inconsapevolmente. Alla scoperta del terribile errore, egli diviene pazzo e si cava gli occhi. I suoi due figli gli succedono congiuntamente al trono, ma decidono di regnare alternandosi un anno ciascuno. Polinice osserva fedelmente l'accordo, e alla scadenza del suo anno consegna il trono ad Eteocle. Quest'ultimo, al contrario, non sta ai patti e rifiuta di riconsegnare il trono al fratello quando scadono i suoi dodici mesi. All'inizio Polinice, che nel frattempo ha sposato la figlia di Adrasto, re di Argo, si sta avvicinando a Tebe alla testa del suo esercito, per riavere ciò che gli spetta.

L'azione è mossa da Creonte, zio dei protagonisti, che ambisce al trono: invece di conciliare macchina nell'ombra per rendere impossibile una riconciliazione fra i due.

Questo è lo spunto che mi ha mosso a mettere in scena questa saga in due puntate, leggendo il testo di Alfieri mi sono accorto di quanto il potere allora come oggi ha la forza di ammaliarci, di illuderci e di gratificarci mentre allo stesso tempo ci isola dal mondo e dai valori per i quali ci vantiamo di essere creature intelligenti. E nel seguire la storia vi renderete conto di quanto le vicende scritte allora possono essere moderne e attuali su personaggi contemporanei.

Note di regia

Le vita ci ha regalato due strade: il desiderio e il disincanto. Il desiderio è un sentimento che può tracimare e prendere altre vie: può essere ambizione o addirittura fame di potere. Essa è un’emozione, una resa o un attacco ma a volte può essere piuttosto uno sfondo. Un irreversibile sfondo dove le trame sono fitte e senza appello: ci sottraggono la libertà di un orizzonte nuovo, ci catturano nel male più assoluto e sempre crescente.

In questa pièce teatrale, tratta dal Ciclo Tebano di Vittorio Alfieri, la parola d’ordine è POTERE. L’intreccio della narrazione cattura due famiglie nelle maglie della loro stessa avversione; l’una contro l’altra incarnano la legittimità di praticarsi guerra oltre ogni possibile immaginazione, sempre motivate dal desiderio di inghiottirsi in un vortice senza coda. Ciò che conta è costruire pezzi di morte da declinare nel tempo e nello spazio, corrodere l’animo umano senza trascurare che l’esposizione al male può portare solo male a venire.

Sopravvalutare il male non equivale a sottostimare il suo opposto. In questo deserto purulento di odio, fame di sopraffazione e ingiustizia si soffoca senza concedersi il plauso di un respiro di bene. Esso però arieggia comunque, è parte anch’esso dello sfondo e a volte può essere anche figura, un’eco in lontananza con la speranza di entrare in uno spazio che si dirami oltre le vie tracciate dalla vendetta o dalla rivincita. Il bene non dà riconoscimenti ma può sostenere e rivelare che il potere è un’illusione, è uno spintone verso l’abisso dentro cui è possibile augurarsi una vastità diversa, ricca di comprensione e condivisione nonostante lo sfondo ci voglia inghiottire nella sua conferma di morte.

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